A fine 2025 è uscita la miniserie basata ancora una volta sull’Amadeus di Peter Shaffer. Ci ho messo un po’ a elaborare, anche perché ho voluto prima leggere i testi teatrali a cui fa riferimento e che, mea culpa, non avevo ancora mai letto.
Non mi dilungherò su alcuna delle varie cose che già sono state notate e che mi annoiano a morte: Mozart con gli occhi a mandorla, Da Ponte con la pelle nera, ecc.
C’è un elemento fondamentale da cui partire e senza il quale è veramente difficile districare questa matassa di riferimenti, rivolgimenti, riscritture. Ed è il titolo.

Joseph Lange, “Mozart al pianoforte”, 1782-83 (Mozarts Geburtshaus, Salisburgo). Secondo la moglie Constanze, il ritratto più somigliante.

Il Mozart universalmente noto fu così battezzato dopo la sua nascita, avvenuta il 27 gennaio 1756: Johannes Chrysostomus Wolfgangus Theophilus. I primi due nomi sono da attribuire al santo del suo giorno di nascita, mentre Wolfgang è un omaggio al nonno materno. Theophilus è l’equivalente greco di Gottlieb, nome del suo padrino Johann Gottlieb Pergmayr. Oggi ben sappiamo che l’equivalente latino è Amadeus: “amato da Dio”.
Pian piano, durante il suo soggiorno adolescenziale in Italia, Mozart iniziò a firmarsi Wolfgango Amadeo. Dal 1777 in avanti sarà sempre Wolfgang Amadé Mozart. Amadé. Non Amadeus. Quest’ultima versione del suo secondo nome, che lui aveva rarissimamente usato solo in senso ironico perché gli sembrava altisonante, gli verrà appiccicata addosso dall’adorazione postuma. Amadé, la versione francofona, gli pareva evidentemente più gestibile nella dimensione quotidiana e terrena.

Terrena, appunto. Perché purtroppo nel corso del tempo Mozart è diventato per noi una manifestazione del divino, più che l’uomo colto, cosmopolita e complesso che era. Non sono qui per dare colpe. Diciamo solo che a diverse persone nel corso dei decenni è convenuto creare e coltivare questa immagine di Orfeo eternamente giovane e tragicamente defunto, sulla cui morte ancora oggi aleggiano tante tenaci leggende. La più tenace di tutte è quella che vede Antonio Salieri come il suo avvelenatore, in senso letterale o più spirituale.

Miloš Forman, “Amadeus”, 1984 (The Saul Zaentz Company 1984)

Nel finale della miniserie vediamo la vedova Mozart consegnare ad Aleksandr Puškin le chiavi di un’interpretazione scelta come verità. Una verità su cui andare a costruire una narrazione. Così nasce nel 1830 Mozart e Salieri, un dramma poetico breve che ci fa udire le sole voci dei due compositori. La scena è quasi una fiammata, un quadro a tinte rosse, che vede un Salieri roso dall’invidia versare il veleno nella coppa di quello che è in tutta apparenza un caro amico. Ormai bevuto lo strumento della sua morte, Mozart gli suona il suo Requiem. E di fronte al pianto di Salieri, risponde così:

Magari la mia musica raggiungesse tutti

come raggiunge te! Ma no! Il mondo

finirebbe. Nessuno più si occuperebbe

delle cose di tutti i giorni.

Ognuno vorrebbe fare l’artista.

Noi, purtroppo, siamo le poche persone libere

che non si curano dei soldi, del guadagno,

ma solo della bellezza.

 

Segue l’Amadeus di Peter Shaffer nel 1978: anni meravigliosi per la vitalità del Settecento, al cinema e nella musica. Questa pièce teatrale è una piccola rivoluzione. È da qui che il nome Amadeus diventa non più solo una pesante aura che ci portiamo dietro da decenni, ma il simbolo di un potere con cui fare i conti: Mozart è il preferito di Dio e per questo Salieri gli si scaglierà contro. È un Salieri che sfianca Mozart pian piano. Non ha il coraggio di ucciderlo in altro modo, se non contribuendo a usurarne fiducia e salute.
La pièce ci regala un sapientissimo intreccio di fantasie personali, decenni di pettegolezzi e verità di carattere. È vero che Mozart amava creare giochi di parole indecenti, ma di certo non lo faceva davanti a tutta la corte. È vero che Salieri non supportava attivamente il rivale, ma è anche vero che i due avevano ottimi rapporti. È vero che della localizzazione del corpo di Mozart non abbiamo più che qualche vaga idea, ma è ormai sfatato il mito della morte in povertà che gli sarebbe costata la fossa comune. Insomma, tante emozioni che si incasellano l’una dopo l’altra in un’alchimia quasi raggelata, cristallizzata.
Qui Mozart ritorna bambino nel momento della morte. Rivive prima di andarsene il trauma di un’infanzia mai davvero vissuta. Ma sempre qui comincia anche a emergere quel Mozart allergico al potere che avremmo conosciuto ancora meglio nella versione cinematografica. Quel Mozart risponde a Giuseppe II che nella sua opera ci sono esattamente le note che ci devono essere, né più e né meno.

La mia foto dalla prima fila del Teatro Galli di Rimini: un meraviglioso “Amadeus” messo in scena da Bruni/Frongia con i costumi di Antonio Marras

Una sferzata d’energia che viene presa, liberata e lasciata scorrazzare nell’Amadeus diretto da Miloš Forman nel 1984. È lo stesso Shaffer a raccontare come Forman abbia fatto di tutto per convincerlo a lavorare sulla sceneggiatura del film, cosa che li portò a convivere per quattro mesi nella fattoria del regista in Connecticut. Una convivenza difficile, ma foriera di enormi forze creative. Nella narrazione cinematografica si fa ancora più incisiva la contrapposizione tra Mozart e Salieri: il giovane e il vecchio, la spontaneità e la malizia, l’osceno e il puro (a differenza della sua controparte teatrale). E ancora più forte la tensione verso l’assoluto di Salieri, che assurge a vero protagonista.
Ma quello che per me fu sconcertante alla prima visione fu l’umanità di Mozart. Non è un genio. Non è nemmeno scisso in due, come a volte appare nella pièce. È semplicemente quel che è: gioviale, umorale, affettuoso, scostante. Un uomo, in tutto e per tutto. Un uomo che può essere marito e padre, con gioia ma anche con grande fatica, perché non ha mai smesso di essere figlio. Un uomo che sa anche scrivere musica unica al mondo.
La sensazione è che tutti questi lati di lui non siano facce tagliate di uno stesso cristallo, come invece nell’opera di Shaffer, ma ingredienti di una rotonda, saporitissima torta. Qui non è Amadeus. È Amadé, per quanto in parte lontano dalla verità storica. Quel Mozart che mi fece venire voglia di conoscere quello vero.

Miloš Forman, “Amadeus”, 1984 (The Saul Zaentz Company 1984)

Mozart e Salieri ha consolidato la fama di una terribile leggenda, marchiando per sempre il povero Salieri, che si era autoaccusato in un momento di delirio senile per poi ritrattare poco dopo.

La pièce Amadeus ha portato alla ribalta l’eterno conflitto fra talento e frustrazione, facendo di Mozart, Salieri, Constanze e tutti gli altri delle agili figurine, cesellate a dovere e altrettanto stereotipate, ché a volte, come nell’ambito pubblicitario, una parte di stereotipo è necessaria a fissare il ricordo. Figurine ben adatte a un pantoscopio settecentesco, molto ricche e poco mobili.

Il film Amadeus ha reso Mozart a tutti gli effetti una rockstar, anzi, punkstar. Ha fatto innamorare di lui un’intera generazione e una parte di quelle a seguire: la sottoscritta ne fa orgogliosamente parte. Merito di un numero esorbitante di virtù che sembrano essersi tutte riunite a vegliare sulla progettazione del film come le fatine sulla culla della principessa Aurora. La regia di Miloš Forman, la sua strepitosa capacità di scegliere sempre le facce giuste al momento giusto (tutte indimenticabili, anche quelle “minori”), Tom Hulce, F. Murray Abraham, quella terza strepitosa protagonista che è la musica. E le invenzioni che si distaccano dal testo teatrale per diventare gemme del cinema: una su tutte, la scena della composizione del Requiem. Tutto questo nonostante le difficoltà di essere il primo film di produzione statunitense realizzato a Praga, oltre la cortina di ferro.

“Amadeus”, 2025 (Sky Studios e Two Cities Studios 2025)

La miniserie Amadeus farà innamorare altrettanto? La risposta è secondo me “assolutamente no”. E non certo perché Will Sharpe è di origine giapponese. Si può soprassedere sulla fedeltà fisica in un prodotto che già non è basato sulla fedeltà storica. Del resto, è impressionante passare in rassegna tutti i ritratti di Mozart e constatare quanto non ne esista uno uguale all’altro: il nostro eroe era davvero sfuggente quant’altri mai anche in questo. In un certo senso, possiamo davvero crearci il nostro Mozart ideale.
Le criticità di questo Amadeus sono altre: una caratterizzazione frettolosissima dei personaggi a fronte di 5 ore disponibili, l’aggiunta di intrecci gratuiti (la situationship con la principessa Elisabetta), la recitazione non fluida (non mi aspettavo di vedere Paul Bettany così a disagio nei panni di Salieri), l’ambizione inutile di chiudere un cerchio ormai lungo due secoli buttando nel calderone lo stesso Puškin e la messa in scena del testo di Shaffer. È come se fosse nato vecchio, fuori sincrono rispetto al mondo di oggi, quando invece l’Amadeus di Forman è talmente aderente al tema da essere per sempre contemporaneo.

L’aggettivo più sintetico che posso usare per la miniserie è “didascalica”. È molto più punk e anarchico il Mozart anni ‘80 di Tom Hulce, dichiaratamente ispirato a John McEnroe, che quello di Will Sharpe mentre dà hendrixianamente fuoco al suo vecchio pianoforte. È sparita la metafora insita nel nome Amadeus, che infatti viene citato di continuo e a sproposito per sopperire a questa mancanza. Ma è purtroppo sparito anche Amadé, l’umanità di Mozart, quella che davvero entra sottopelle.

Miloš Forman, “Amadeus”, 1984 (The Saul Zaentz Company 1984)

No, questo Amadeus non porterà le ragazzine di oggi a comprarsi degli interi scaffali di libri su Mozart (ogni riferimento a persone esistenti e scriventi è puramente voluto). Quello che però posso dire con un certo barlume di speranza è questo: se ancora Amadeus è una storia che porta alla produzione di un oggetto di spettacolo, significa che forse ha qualcosa da raccontarci. Non di Mozart, non di Salieri, ma di noi.

E cosa ci racconta? Forse che abbiamo sempre fame di sapere come funzioniamo, come ci rapportiamo con ciò che percepiamo più grande di noi, come possiamo affrontare gli strali della sorte. E anche come possiamo ancora indagare i meccanismi interni di alcune persone da noi etichettate pigramente come geni, che ci sembrano lontanissime e che invece magari possono esserci più vicine di tante altre, per affinità di gusti o di sentire.

È proprio l’umanità, la risposta, che guarda caso esplorò in profondità lo stesso Mozart in tutte le sue opere, fino alla fine dei suoi giorni. Nel Flauto magico Sarastro dà questa bellissima risposta a chi definisce Tamino un principe: «Molto di più. Egli è un uomo».